La situazione attuale della cannabis light in Italia

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Forte incertezza circonda, al momento attuale, il settore della commercializzazione della cannabis light in Italia, con potenziali devastanti ripercussioni per l’industria agricola e per gli investitori, i quali fanno affidamento sulle tantissime aziende agricole del settore, sorte nel nostro paese in questi anni e che, in ragione del clima favorevole, forniscono prodotti Made in Italy di alta qualità.

In primo luogo è importante sottolineare che, grazie al clima favorevole, il settore agricolo legato alla coltivazione di cannabis sativa L. in Italia è particolarmente prolifico e la sua incidenza sull’economia del nostro paese è impressionante. Vengono attirati investimenti da tutto il mondo perché la pianta di canapa è particolarmente versatile, potendo essere utilizzata in ambito edilizio, cosmetico, alimentare, per la bonifica dei territori e come base per tessuti e altri biomateriali. Potrebbe anche essere alla base dello sviluppo di un’economia green all’avanguardia, mentre non è da sottovalutare l’importanza legata alle possibilità di utilizzo in ambito terapeutico che si stanno lentamente scoprendo, grazie all’intensificarsi degli studi sui composti contenuti nella resina e nelle infiorescenze.

Tuttavia, a seguito di una decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e dell’intervento del Presidente del Senato Elisabetta Casellati del 17 dicembre scorso, che ha dichiarato “inammissibile” un Maxi Emendamento in materia presentato dai 5 Stelle, questa industria è appesa a un filo e di conseguenza gli investimenti – italiani e non – sembrano essere sempre più a rischio. Inoltre, entrambe le vicende hanno fatto emergere considerazioni che si pongono in netto contrasto con molti pareri autorevoli sulla cannabis, allo stesso tempo rischiando di mettere in crisi il settore agricolo italiano.

Contenuto e cause degli ultimi interventi in materia

Gli ultimi interventi tentati dal Governo sono finalizzati a colmare una lacuna della legge 242/2016, che promuove la coltivazione della cannabis con contenuto di THC tassativamente minore dello 0,2%, senza però fornire regole chiare ed esaustive relativamente alla commercializzazione di piante e infiorescenze di cannabis light per fini diversi da quelli elencati (prevalentemente uso industriale e in ambito tessile).

A questo era finalizzato il maxiemendamento presentato in Parlamento e dichiarato poi inammissibile in Senato. Il fine era quello di inserire un articolo nella legge di bilancio per sancire definitivamente la liceità del commercio di canapa sativa light. Questa proposta era stata avanza per chiarire definitivamente i dubbi al riguardo e dare certezza alle numerose società intenzionate ad investire nel mercato italiano.

Sono questi i dubbi che hanno spinto la Corte di Cassazione a Sezioni Unite a ripercorrere i contraddittori orientamenti della giurisprudenza e le lacune normative, per concludere come sia illecita, allo stato attuale, la coltivazione e la commercializzazione dei prodotti derivanti della cannabis light, tranne nei casi e per gli usi esplicitamente sanciti nella l. 242/2016 (Sez. Un. 30475/2019). Questa sentenza è stata causata dalla lacuna normativa tuttora presente in tema di Canapa Industriale: la situazione attuale porta la Giurisprudenza ad applicare vecchie normative sulla Cannabis anche quando si tratta di commercializzazione della “nuova” “Cannabis Light”. La sentenza in questione richiama anche il cosiddetto “principio di offensività”, per cui si vieta la diffusione di un prodotto “a meno che lo stesso non sia in concreto privo di efficacia drogante”; purtroppo l’assenza di efficacia drogante della Cannabis light non è ad oggi dimostrabile, in quanto il THC può risultare “offensivo” anche in minime quantità; la decisione in merito spetterebbe di volta in volta al giudice incaricato. Gli stessi giudici hanno spesso sottolineato la necessità di un intervento del legislatore per chiarire questo punto, in quanto sarebbe auspicabile una chiara decisione politica, che eviterebbe cosi decisioni giurisprudenziali autonome.

Vicende, quelle descritte, che hanno suscitato moltissime critiche, sia per il danno potenziale al settore agricolo italiano che per l’impossibilità di dimostrare l’assenza di efficacia drogante di un simile prodotto, in quanto mancano indici di riferimento.

Riassumendo: le Sezioni Unite hanno vietato la coltivazione e la commercializzazione dei prodotti della canapa sativa L., se non per gli usi esplicitati dalla L. 242/2016 (che sono in linea di massima quelli esclusivamente industriali) invitando però il legislatore a colmare questa lacuna legislativa. Un intervento inizialmente proposto in Parlamento ma che è stato, come già detto, rigettato in Senato poiché, a detta del Presidente del Senato stesso, non si trattava di un emendamento ammissibile in sede di Bilancio.

Nel frattempo, il settore legato al commercio di prodotti ricchi di CBD ha sviluppato una domanda sempre più crescente per far fronte alla quale questo principio attivo è stato isolato in cristalli che possono essere aggiunti a composti vegetali non derivanti dalla Canapa, per dare vita a prodotti fortemente innovativi da immettere sul mercato. Questi ultimi, non derivando dalla canapa, sono completamente privi di THC e quindi concretamente privi di efficacia drogante. Il CBD infatti è unilateralmente riconosciuto come sostanza non stupefacente ma che anzi possiede proprietà benefiche sempre più apprezzate in ambito medico, farmaceutico, alimentare e cosmetico.