Il Blog di JustBob: Info e curiosità dal mondo della cannabis legale

come fumare la marijuana

Fumare la marijuana? Ecco I 3 principali metodi maggiormente utilizzati.


L’utilizzo ricreativo o terapeutico della cannabis esiste dall’era dei tempi, tanto che abbiamo architettato tantissimi modi per fumarla (e, sì, li puoi utilizzare anche con la marijuana light).

Se dunque ti stai chiedendo come fumare la marijuana, questo è l’articolo giusto! Scoprirai le 3 modalità principali per utilizzarla e i diversi vantaggi/svantaggi di ognuna di esse.

Vuoi informarti riguardo il fumo passivo dell’erba? Leggi qui: “Il fumo passivo della marijuana ne trasporta davvero gli effetti?“.

Metodo n°1 per fumare la marijuana: spinello (canna)

Il metodo più utilizzato per fumare cannabis light e non depotenziata è sicuramente lo spinello. Economico e comodo, permette una rapida assimilazione dei cannabinoidi (rispetto, ad esempio, al mangiare prodotti culinari come la torta alla marijuana, i biscotti etc.).

In realtà è anche un metodo dannoso sotto due principali aspetti.

Il primo è perché generalmente, a meno che non si fumi un purino di erba (ovvero una canna di sola marijuana), la ganja viene mischiata con il tabacco e dunque insieme al THC, CBD e gli altri cannabinoidi si assume anche nicotina.

E sappiamo bene quanto la nicotina sia dannosa per il nostro organismo.

Il secondo motivo è perché la combustione è davvero nociva per il nostro corpo, in particolare per l’apparato respiratorio.

In ogni caso ecco come si fuma la marijuana utilizzando questo sistema:

  1. spezzetta l’erba a mano o con un grinder, ovvero un trita marijuana;
  2. mischia la marijuana spezzettata con il tabacco o, se vuoi sostituirlo (alternativa consigliata), usa la passiflora, la salvia, il greengo o altre erbe;
  3. a questo punto rolla la cannabis in una cartina lunga e inserisci un filtrino (tendenzialmente si utilizza un filtrino “artigianale”);
  4. dopo aver rollato la canna chiudila dalla parte opposta al filtrino e arrotola l’estremità come se fosse lo stoppino di una candela.

La tua canna è pronta! Ora puoi accenderla e godertela da solo o in compagnia.

Ora passiamo al secondo metodo con cui si fuma la marijuana.

Metodo n° 2 per fumare la marijuana: il bong.

Il bong (chiamato anche “pipa ad acqua”) è in genere realizzato in vetro, ma puoi trovarlo anche in acrilico, ceramica o bambù.

Questo affascinante strumento è composto da un tubo, posizionato in verticale, un ampolla e un braciere collegato a uno stelo. Sia lo stelo che il tubo sono collegati all’ampolla, la quale funge da base del bong. Nella parte opposta al braciere è presente un foro, detto valvola o frizione, che viene tappato durante il primo tiro.

Ok, detta così è davvero difficile da immaginare se non ne hai mai visto uno… Quindi ecco una foto di un bong in vetro:

come si fuma marijuana light con bong

Ma come si fuma la marijuana light o non depotenziata con un bong?

La procedura è molto semplice (qui ti illustriamo quella più classica):

  1. Devi riempire l’ampolla del bong con dell’acqua in modo da immergere il gambo per qualche centimetro, tendenzialmente 2 o al massimo 3 cm;
  2. Trita la tua marijuana legale o non depotenziata e inseriscila nel braciere fin quasi ad arrivare all’orlo;
  3. Ora arriva il bello: poggia la bocca all’estremità del tubo, tenendo le labbra all’interno, e tappa la valvola con un dito;
  4. Accendi la cannabis con un accendino o un fiammifero e inizia ad aspirare intensamente tenendo la valvola tappata. (Puoi allontanare l’accendino quando l’erba inizia a bruciare);
  5. Il tubo si riempirà di fumo: continua ad aspirare intensamente finché non sarà completamente pieno;
  6. Togli il dito dalla valvola e aspira il fumo;
  7. Nell’eventuale passaggio del bong da una bocca all’altra tieni il tubo tappato. La valvola o frizione invece può rimanere stappata a meno che la combustione della marijuana non si interrompa.

Utilizzare questo metodo ti permette di evitare la combustione diretta, aspirare fumo freddo (viene infatti raffreddato dall’acqua) ed assumere una grossa quantità di principi attivi.

Di contro, un bong può essere molto costoso e decisamente ingombrante rispetto ad una classica canna! Inoltre spesso la marijuana viene miscelata al tabacco. Ti consigliamo, al fine di evitare i danni della nicotina, di utilizzare invece altre erbe (per esempio salvia, passiflora e greengo).

Metodo n°3 per fumare cannabis: la pipa.

Ti stai forse chiedendo come fumare la marijuana con la pipa?

Ecco di seguito la semplice procedura per iniziare:

  1. Sminuzza la cannabis (preferibilmente a mano, in modo che i pezzetti non siano troppo piccoli e non possano finire in bocca) e mischiala eventualmente ad altre erbe;
  2. Riempi il braciere della tua pipa fino ai bordi utilizzando la marijuana sminuzzata;
  3. Inizia a bruciare il contenuto del braciere con un accendino o un fiammifero. Nel frattempo fai qualche boccata. Continua finché la cannabis non sarà di un bel rosso acceso;
  4. Continua a fumare e, se sei in compagnia, passala ai tuoi amici!

La pipa è abbastanza portatile, anche se per trasportarla devi ovviamente utilizzare una borsa, un marsupio o uno zaino. Inoltre durante la combustione sprigiona meno fumo rispetto ad una canna e a un bong.

Non dimentichiamoci poi della semplicità di utilizzo: al contrario della canna non dovrai imparare a rollare!

fumo passivo marijuana

Ecco cosa succede se respiri fumo passivo di marijuana light e non depotenziata.


Com’è noto, uno dei metodi più utilizzati per consumare erba è il fumo. Ma cosa succede se quello che si respira è fumo passivo di marijuana light oppure quello di cannabis non depotenziata? Gli effetti sul nostro corpo sono gli stessi?

Vediamo prima di tutto quali sono gli effetti delle due tipologie di marijuana, light e “tradizionale” e poi scopriamo se il fumo passivo possa essere rilevato mediante un drug test.

Fumare marijuana: quali sono gli effetti?

Per via degli alti livelli di CBD in essa contenuti, la marijuana light ha numerosi effetti benefici. Il cannabidiolo è infatti un principio attivo non psicotropo e ti permette di:

  • rilassarti,
  • contrastare nausea e vomito, 
  • attenuare il dolore fisico,
  • tenere a bada gli stati d’ansia e i sintomi della depressione (leggi: “Depressione e marijuana light” per saperne di più),
  • contrastare gli spasmi muscolari

…E tanto altro ancora!

Gli studi su ulteriori benefici del cannabidiolo sono ancora in corso d’opera, e comprendono l’azione del CBD a contrasto dell’ipertensione nonché il THC e il CBD per la lotta contro i tumori. Le ricerche sono ancora poche e svolte perlopiù sulle cavie di laboratorio, ma siamo molto fiduciosi a riguardo.

Gli effetti della marijuana non depotenziata invece si concentrano più sulla psiche: lo sballo, l’euforia e spesso anche la letargia sono degli effetti distintivi dell’utilizzo di cannabis con THC. Completano il pacchetto secchezza delle fauci, “fame chimica” e talvolta paranoie e ansia.

Tutti questi effetti, sia nel caso dell’erba light che nel caso di quella classica, si possono riscontrare quando si ingerisce marijuana e quando la si fuma.

Ma quali sono i sintomi del fumo passivo di canna?

Effetti del fumo passivo di marijuana (light e non)

Se respiri tanto fumo passivo i danni sono gli stessi della sigaretta:

  • esposizione al rischio di cancro al polmone e altri tumori
  • maggiore rischio cardiovascolare
  • tosse persistente e forte produzione di muco
  • rischio di broncopneumopatia cronica ostruttiva
  • asma

E, purtroppo, tanto altro. Sottovalutare le malattie a cui ti espone il fumo (passivo e attivo) potrebbe causarti grossi problemi.

Eppure per il resto niente da temere: se respiri il fumo passivo di uno spinello di marijuana light o di marijuana classica avrai soltanto odore di erba. Né stoned né high nel caso della cannabis tradizionale, né relax e altri benefici se si tratta di cannabis legale.

L’organismo del fumatore assorbe pressoché tutti i principi attivi della cannabis. Quindi, a meno che non ti trovi per ore e ore in una stanza di fumatori di marijuana (magari sei il fortunato dipendente di un Coffee shop!), puoi stare tranquillo.

Magari dovrai aspettare un tantino prima di guidare e prima di sottoporti a delle analisi del sangue e delle urine, perché nonostante lo sballo assente è possibile che dai test venga rilevata una piccola concentrazione di THC.

il fumo passivo risulta nelle analisi delle urine

Il perché te lo dicono alcuni studi a riguardo.

1° studio sul fumo passivo di marijuana

Passive cannabis smoke exposure and oral fluid testing, ovvero “Esposizione passiva al fumo di cannabis e test del fluido orale”. Questo è il nome del primo studio che intendiamo citarti, pubblicato nel 2004 sul Journal of Analytical Toxicology.

Durante lo svolgimento di questa ricerca è stato studiato il rischio di test dei fluidi positivi dovuti all’esposizione passiva al fumo di cannabis.

In particolare, i ricercatori hanno chiuso 4 volontari non utilizzatori di marijuana in una piccola stanza non ventilata e sigillata con un volume approssimativo di 36 metri cubi. Nella stanza erano presenti anche cinque fumatori di cannabis, ognuno dei quali fumava uno spinello (contenente 1,75% di THC).

I fumatori hanno consumato la cannabis durante i primi 20 minuti della sessione di studio. Tutti i soggetti sono rimasti nella stanza per circa 4 ore.

Per la misurazione del livello di THC nell’organismo sono stati raccolti ed analizzati campioni di fluido orale nonché tre campioni di urina e tre di aria.

Otto campioni di liquidi orali (raccolti da 20 a 50 minuti dopo l’inizio del test) dei 4 soggetti passivi sottoposti a esame sono risultati positivi al THC a concentrazioni comprese tra 3,6 e 26,4 ng / mL.

Due campioni aggiuntivi di un soggetto passivo, raccolti a 50 e 65 minuti dall’inizio del test, contenevano THC in concentrazioni rispettivamente di 4,2 e 1,1 ng / mL.

Tutti i campioni successivi per i partecipanti passivi sono risultati negativi per il resto della sessione di 4 ore.

In conclusione, il rischio di esami del fluido orale positivi derivanti dall’inalazione di fumo passivo di marijuana è limitato a un periodo di circa 30 minuti dopo l’esposizione.

Vediamo ora il secondo studio.

2° studio sul fumo passivo di marijuana

Il secondo studio prende il nome di Concentrations of delta9-tetrahydrocannabinol and 11-nor-9-carboxytetrahydrocannabinol in blood and urine after passive exposure to Cannabis smoke in a coffee shop. Tradotto in italiano “Concentrazioni di delta9-tetraidrocannabinolo e 11-nor-9-carbossitetraidrocannabinolo nel sangue e nelle urine dopo esposizione passiva al fumo di cannabis in un Coffee shop”.

Il delta9-tetraidrocannabinolo è il THC, mentre 11-nor-9-carbossitetraidrocannabinolo è il THC-COOH, metabolita che si riscontra nell’organismo dopo l’assunzione di THC.

Questa ricerca, pubblicata nel 2010 sul Journal of Analytical Toxicology, studia le concentrazioni di cannabinoidi nel sangue e nelle urine dopo l’esposizione passiva al fumo di cannabis nella vita reale.

8 volontari sani sono stati esposti al fumo passivo di marijuana per 3 ore in un Coffee shop ben affollato in Olanda. I ricercatori, prima dell’inizio del test, hanno prelevato un campione di urina da ciascun volontario.

Inoltre hanno prelevato campioni di sangue dopo 1.5, 3.5, 6 e 14 ore dopo l’inizio del test, mentre i campioni di urina sono stati prelevati dopo 3.5, 6, 14, 36, 60 e 84 ore dall’inizio dell’esposizione.

Le analisi svolte sui campioni hanno dimostrato che tutti i volontari hanno assorbito THC in concentrazioni decisamente modeste.

Nessuno dei campioni di urina ha prodotti valori di cut off superiori ai 25 ng / mL.

Dopo 1.5 e 3.5 ore dall’esposizione, i valori di THC nel sangue si trovavano vicino al limite tollerato della sostanza, ma nei campioni ematici prelevati dopo 6 ore il THC non era più rilevabile. Il THC-COOH è stato rilevato dopo 1,5 ore ed è stato ancora trovato in 3 su 8 campioni di sangue dopo 14 ore in concentrazioni comprese tra 0,5 e 1,0 ng / mL.

Pensa che in Italia il test delle urine dà risultato positivo solo se le concentrazioni di THC-COOH superano i 50 ng/ml!

Dunque il fumo passivo di cannabis risulta nelle urine e nel sangue?

I test sono stati condotti sul fumo passivo di cannabis non legale, dunque con elevate concentrazioni di THC: ne consegue che se respiri passivamente marijuana light, poverissima di THC, devi avere proprio sfiga per risultare positivo ai test!

Per quanto riguarda la marijuana illegale in Italia sarebbe meglio che, dopo aver respirato fumo passivo per diverso tempo, aspettassi circa 6 ore prima di sottoporti ad analisi del sangue e delle urine. I fluidi orali invece potrebbero risultare positivi al THC per circa 30 minuti dopo l’esposizione.

Ricorda però: il fumo passivo fa male alla salute a prescindere dalle concentrazioni di THC!

Fonti:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/15516313

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20465865

marijuana e ipertensione

Marijuana e ipertensione, ecco ciò che devi sapere a riguardo.


Sei un appassionato di marijuana light e vuoi informarti maggiormente sugli studi riguardo la cannabis?

Devi sapere che le ricerche sulla marijuana e i suoi effetti positivi sono per così dire “in alto mare”, o meglio decisamente indietro rispetto ad altri studi.

Infatti il proibizionismo – ormai quasi, anche se non del tutto, superato – ha fatto sì che il consumo di erba fosse bandito pressoché in tutte le nazioni, specie se connesse in qualche modo agli Stati Uniti. Di conseguenza è stata rallentata anche la diffusione delle notizie sui benefici della marijuana.

Oltretutto, fino a pochi decenni fa, le uniche informazioni disponibili sull’erba erano quelle negative, manipolate perfino da molti governi (come denunciato anche nei documentari sulla cannabis).

Tutti sanno ad esempio che le canne possono provocare dipendenza e alterano la psiche per via del THC (ciò, come ben saprai, non sussiste invece con la cannabis light). Nel 2017 inoltre iniziò a diffondersi la notizia che consumare erba aumentasse nettamente il rischio di morte per ipertensione, la principale causa di infarti, ictus e altre malattie dell’apparato cardiocircolatorio.

Ma davvero marijuana e ipertensione sono correlati? Cosa c’è di vero in questa affermazione?

Lo studio (ritrattato) su marijuana e ipertensione.

Nel 2017 aveva fatto scalpore uno studio pubblicato sulla rivista European Journal of Preventive Cardiology riguardante l’ipertensione come diretta conseguenza del consumo di marijuana.

Gli autori della ricerca affermavano che, in base ai loro risultati, l’uso di cannabis potesse avere effetti negativi sul sistema cardiovascolare aumentando il rischio di morte per ipertensione.

I risultati erano stati ottenuti mediante l’analisi dei dati di 1200 pazienti dai 20 anni in su. Informazioni estrapolate da un ulteriore studio, il National Health and Nutrition Examination Survey degli Stati Uniti e successivamente incrociate con i dati sulla mortalità del Ministero della Salute statunitense.

Perché la ricerca del 2017 su marijuana e ipertensione non è attendibile.

Chi condusse lo studio considerò come “Fumatori di marijuana” anche chi l’aveva provata soltanto una volta, dunque non soltanto i consumatori abituali. Inoltre non era chiaro cosa si intendesse per “abituali”. Chi utilizzava marijuana quotidianamente? Chi una volta alla settimana o una volta al mese? Tutto ciò non era chiaro.

Di conseguenza i risultati della ricerca non possono che essere altamente imprecisi, in quanto una canna non può condizionare l’intera vita né, figuriamoci, il rischio di ipertensione.

Non è tutto: spesso i narcotrafficanti spacciano non cannabis pura, bensì contaminata con altre sostanze. Veleno per topi, lacca e piombo sono solo alcuni degli elementi che spesso contaminano le infiorescenze. E non è noto se le persone oggetto di studio utilizzassero marijuana sicura o meno.

In ogni caso lo studio, chiamato “Effetto dell’uso di marijuana sulla mortalità cardiovascolare e cerebrovascolare”, è stato poi ritrattato dallo stesso editore in accordo con gli autori.

Nella ricerca era infatti presente un sondaggio sull’uso della marijuana posto alle persone che avevano partecipato al National Health and Nutrition Examination Survey. Ma non tutte erano ancora vive.

Al posto dei risultati dello studio, sulla pagina del sito vi è un avviso:

“Un errore metodologico ha portato a distorsioni dell’immortalità nei risultati di questo articolo. Pertanto, gli intervalli di sopravvivenza per i partecipanti utilizzati in questo sondaggio erano insoddisfacenti.

Tutti i pazienti deceduti prima del 2005 non sarebbero stati in grado di completare il sondaggio postumo sull’uso della marijuana. Pertanto, non è possibile accertare l’uso di marijuana nei pazienti deceduti prima del 2005. Di conseguenza, lo stato di sopravvivenza prima del completamento del sondaggio avrebbe dovuto essere censurato”.

cbd e ipertensione studio

Ma a parte questo studio, cosa si sa riguardo marijuana e ipertensione? Cosa succede se ci concentriamo solo sul CBD, il principio attivo prevalente nell’erba light e nell’olio CBD?

CBD e ipertensione.

Il cannabidiolo, chiamato comunemente CBD, è uno dei più importanti principi non psicoattivi presenti nella marijuana. In particolare, nella cannabis non depotenziata il CBD è accompagnato dal THC (spesso in alte percentuali); nella cannabis light, invece, il CBD supera spesso il 10 o il 20%, mentre il THC per la legge italiana deve essere inferiore allo 0,2% (con percentuali tollerate inferiori allo 0,6%).

Si tratta di una sostanza dai numerosi effetti benefici per il nostro organismo; il CBD presenta infatti proprietà:

  • antinfiammatorie
  • anticonvulsive
  • antiossidanti
  • antiemetiche
  • ansiolitiche
  • antipsicotiche

Ma le ricerche a riguardo sono ancora in corso d’opera, tanto che si sta studiando la sua possibile capacità di contenere la diffusione di alcuni tumori (leggi l’articolo “Marijuana e tumore: cosa dice la scienza sui benefici della cannabis sul cancro” per saperne di più).

Tra gli studi in corso vi è quella del CBD come aiuto contro l’ipertensione arteriosa.

Prendiamo come esempio la ricerca “A single dose of cannabidiol reduces blood pressure in healthy volunteers in a randomized crossover study” ovvero “Una singola dose di cannabidiolo riduce la pressione sanguigna in volontari sani in uno studio crossover randomizzato”.

Durante questo studio, condotto dal Centro Nazionale per le Informazioni Biotecnologiche e pubblicato nel 2017, 9 volontari maschi sani hanno ricevuto 600 mg di CBD o placebo in uno studio crossover randomizzato, controllato con placebo, in doppio cieco. I parametri cardiovascolari sono stati monitorati utilizzando un finometro e laser Doppler.

Il CBD ha ridotto la pressione arteriosa sistolica a riposo e il volume dell’ictus, con aumento della frequenza cardiaca e mantenimento della gittata cardiaca. Infatti i soggetti che avevano assunto CBD avevano pressione arteriosa inferiore (specialmente prima e dopo lo stress), aumento della frequenza cardiaca e diminuzione del volume dell’ictus.

In risposta allo stress, i soggetti che avevano assunto CBD hanno riscontrato una ridotta pressione arteriosa e un aumento della frequenza cardiaca, con una resistenza periferica totale inferiore.

Questi dati mostrano che la somministrazione acuta di CBD riduca la pressione arteriosa a riposo e aumenti la frequenza cardiaca negli uomini sotto stress.

Secondo i ricercatori sono necessari ulteriori studi per stabilire se il CBD ha un ruolo nel trattamento dei disturbi cardiovascolari.

E noi li attendiamo con trepidazione!

Fonti:

https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/2047487317723212

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5470879/

marijuana invernale

Quando si pianta la canapa bisogna considerare la varietà perfetta per la stagione in corso, specialmente se si sceglie la coltivazione outdoor. Ecco 3 tipologie di marijuana invernale ideali per essere piantate nella stagione fredda!


Il tuo sogno è quello di coltivare marijuana light e vorresti piantare canapa sativa outdoor? Tendenzialmente il periodo ideale per la semina è la primavera, ma in realtà tutto dipende dalla varietà di cannabis. Per esempio esiste la marijuana invernale, o meglio ne esistono diverse tipologie.

Le piante di cannabis invernali sopportano bene i climi freddi, dunque sono ideali per la stagione in cui non tutti i vegetali riescono a sopravvivere.

Arriviamo al punto: ecco a te 3 autofiorenti per climi freddi che potrai coltivare outdoor anche d’inverno.

Marijuana invernale White Widow light

La cannabis light varietà White Widow è una pianta che nasce nei Paesi Bassi, dunque geneticamente pronta per i climi freddi e le temperature invernali.

Si tratta di una delle varietà maggiormente apprezzate dagli estimatori di marijuana legale, soprattutto per via del sapore fruttato e decisamente intenso. L’aroma è inconfondibile: anch’esso fruttato, simile al profumo di una caramella gommosa.

Le infiorescenze sono di piccola o media grandezza e colore verde chiaro mentre i pistilli presentano una sfumatura arancione. Tendenzialmente la pianta di White Widow fiorisce in 60 giorni e le sue foglie, durante la fioritura, assumono una colorazione bianca.

E CBD e THC?

Ovviamente nella White Widow light il THC è nella norma, inferiore allo 0,2%, mentre il CBD può superare il 18%.

Vuoi saperne di più a riguardo? Leggi qui: “White Widow marijuana Light: caratteristiche e peculiarità“!

Marijuana invernale Northern Lights

northern lights autofiorenti per climi freddi

Northern Lights è un’altra varietà di cannabis che resiste bene all’inverno.

Dal sapore intenso e fruttato e dall’aroma di bosco e terra, che richiama il pino, questa varietà di marijuana indica (in commercio in Italia nella versione light) è molto famosa e apprezzata in tutto il mondo.

Le foglie presentano una colorazione verde molto scura, mentre i fiori assumono spesso delle tonalità violacee. Il colore della Northern Lights è davvero cangiante: non a caso il suo nome significa “aurora boreale”.

La pianta viene apprezzata dai coltivatori non solo per l’ampia richiesta da parte dei consumatori ma anche per la rapida crescita e fioritura: i tuoi boccioli saranno pronti in 6 o al massimo 8 settimane!

Marijuana invernale Somango light

Il nome dice tutto: la marijuana light Somango conquista gli estimatori di cannabis per via del suo gusto intenso di macedonia, tendente al mango, e il suo aroma speziato!

Nonostante sia una varietà resistente alle temperature invernali, Somango è perfetta per essere gustata durante le sere d’estate, magari all’aperto con gli amici.

Coltivarla d’inverno sarà un piacere per via della sua rapida fioritura, intorno alle 9/10 settimane.

Consigli per la coltivazione invernale di marijuana

L’inverno per le piante di cannabis è una stagione decisamente pesante per via delle muffe, patogeni e altri infestanti.

Generalmente la temperatura ideale della canapa outdoor deve aggirarsi intorno ai 23°C durante il giorno e i 17°C durante la notte, ma alcune varietà (come queste appena citate) potrebbero sopravvivere anche con temperature al di sotto lo zero. Diciamo che, se sei fortunato, potrebbero resistere fino alla temperatura minima di -15°C.

Sappi però che il freddo può arrestare o rallentare la crescita della pianta, mentre pioggia, grandine, neve e gelate possono rovinare irrimediabilmente i fiori.

Per questi motivi ti consigliamo, se non puoi proprio coltivare la cannabis indoor, di piantare i semi in vaso all’aperto.

Scegliendo questa soluzione potrai comodamente spostare i vasi in caso di condizioni meteorologiche avverse, evitando di danneggiare il raccolto e rimanere a bocca asciutta.

Se invece puoi organizzarti per coltivare indoor allora non esitare.

Perché coltivare marijuana indoor

Scegliendo la coltivazione indoor piuttosto che outdoor le tue piantagioni saranno ben controllate e sicure.

Ti stai forse chiedendo il perché?

Allora ecco  tutti i vantaggi della coltivazione idroponica:

  • Ti permette di evitare l’utilizzo di pesticidi o altri prodotti (che, come forse saprai, sono assolutamente sconsigliati sia per la tua salute che per la salute della pianta di marijuana).
  • Ti consente di controllare meticolosamente la temperatura delle tue care piantine, in modo che abbiano quella ideale in base alla specie e al momento della giornata.
  • Le infiorescenze, il fusto e le foglie non subiranno danni causati da precipitazioni, grandine, nevicate… E nemmeno il vento potrà scalfire le tue piantine. Mi raccomando: nonostante questo dovrai curarle come se fossero delle figlie!

In alternativa all’indoor, se ne hai la possibilità e se hai intenzione di diventare un produttore di cannabis light, puoi scegliere il metodo greenhouse. In poche parole puoi piantare la marijuana in serra e utilizzare sia la luce del sole che, quando necessario, la luce artificiale.

In conclusione

La coltivazione outdoor invernale è consigliata solo con alcune tipologie di marijuana, ma è sempre meglio evitarla se si vuole avere un buon raccolto.

A meno che non si viva in una regione dalle temperature invernali molto miti e dalle precipitazioni pressoché nulle, è preferibile scegliere i metodi indoor e/o greenhouse.

La resa sarà decisamente migliore!

trita marijuana

Il trita marijuana, chiamato anche grinder o, in maniera colloquiale, “trita maria”, è un accessorio molto utile per chi consuma marijuana light e classica.


Hai acquistato dell’ottima marijuana light e sei stufo di sminuzzarla a mano, in quanto ottieni un risultato non proprio perfetto? Allora un trita marijuana è ciò che potrebbe fare al caso tuo.

Questo utensile, chiamato anche grinder (dall’inglese “macinino”), è fortemente utilizzato dai consumatori di cannabis sia a scopo ricreativo che terapeutico.

Ma com’è fatto, come funziona e quale modello prediligere?

Prosegui con l’articolo e lo scoprirai!

Abbiamo nominato l’utilizzo terapeutico della marijuana proprio perché questa può essere utilizzata per attenuare i sintomi di numerose patologie, tra cui il cancro.

Leggi qui per saperne di più: “Marijuana e tumore: cosa dice la scienza sui benefici della cannabis sul cancro“.

Che cos’è il trita marijuana

Il trita erba è un utensile che ti permette di sminuzzare in maniera meticolosa le infiorescenze di cannabis, ma anche tabacco o altri vegetali.

Gli estimatori di marijuana light e non depotenziata lo apprezzano particolarmente in quanto la sua macinatura tira fuori il meglio dei fiori di cannabis. Aroma e gusto dell’erba risultano intensi e nettamente migliori se per sminuzzarla si utilizza il macinino.

Insomma: una volta provato non lo abbandonerai più!

Ma com’è fatto?

Innanzitutto dobbiamo distinguere grinder manuale da quello elettrico.

Grinder manuale: com’è fatto e come funziona?

Il trita marijuana manuale è generalmente composto da due cilindri (in alcuni modelli è presente anche una terza parte utile a raccogliere la resina dopo la macinatura) di materiali variabili. Tali cilindri sono dentellati nella loro parte interna.

grinder trita maria

Utilizzare il grinder manuale è molto semplice:

  1. Spezzetta leggermente le infiorescenze di marijuana in due o tre parti;
  2. Inseriscile in uno dei due cilindri, poggiandole sulla parte dentellata;
  3. Chiudi il trita marijuana unendo il secondo cilindro al primo;
  4. Fai ruotare ripetutamente i due cilindri in senso contrario;
  5. Apri il grinder: ti accoglieranno un intenso profumo e delle infiorescenze tritate in maniera super omogenea, pronte da utilizzare!

Come funziona e com’è fatto il trita erba elettrico (grinder elettrico)

grinder trita erba elettrico

Il grinder elettrico funziona a batteria ed è composto da una parte in metallo e da una in plastica; viene tendenzialmente venduto a forma di piccola torcia elettrica.

Per utilizzarlo devi svitare il serbatoio in plastica e riempirlo a metà. A questo punto accendi il grinder mediante l’apposito pulsante, tenendo il serbatoio rivolto verso il basso, e agitalo leggermente.

Il risultato non sarà super come quello ottenuto con il grinder manuale, ma potresti preferire quello a batteria per via della rapidità di utilizzo.

Quale grinder comprare?

In commercio sono presenti numerose tipologie di trita marijuana, che variano di forma, dimensioni e materiale. Se vuoi un risultato più soddisfacente ti consigliamo prima di tutto un grinder manuale.

I trita erba elettrici sono spesso di scarsa qualità e potrebbero incepparsi o smettere di funzionare dopo breve tempo.

Tra le tipologie di grinder manuale possiamo trovare le seguenti:

  • trita cannabis tradizionale a due cilindri;
  • grinder pollinator: oltre i due cilindri classici presenta un setaccio e un vano in cui viene raccolta la resina;
  • grinder medtainer, utilizzato in genere da chi sminuzza la marijuana terapeutica, ad uso medico. Presenta un contenitore a chiusura ermetica e spesso anche anti-odore, in modo che l’aroma delle infiorescenze non trapeli al di fuori del trita marijuana;
  • grinder a manovella: hai presente il macinino da caffè? Ecco, la forma, sebbene più piccola, è decisamente simile a quell’attrezzo; lo scopo, come ben saprai, è decisamente diverso;
  • grinder card. Scordati i cilindri: questo trita maria è in realtà una carta (dalla forma simile ad una carta di credito) munita di grattugia. Perfetto se vuoi un accessorio portatile e discreto alla vista. Attenzione però: se la tieni nel portafogli l’aroma di marijuana ti seguirà in maniera inconfondibile!

Il trita marijuana si adatta dunque ad ogni gusto e preferenza.

E i materiali?

Quale materiale scegliere per il grinder

Come ti abbiamo anticipato, anche i materiali di un trita marijuana sono differenti. Ecco quali sono i più utilizzati:

  • grinder in alluminio: leggero e duraturo, ottima qualità/prezzo;
  • grinder in acciaio: prezzo contenuto e ottima resa. Unica pecca? Il peso!
  • grinder in ceramica: qualità del materiale eccellente, prezzo superiore alla media ma ne vale la pena.
  • grinder in legno e pietra ollare: di solito la resa non vale la spesa. Non sempre svolgono al meglio la loro funzione; inoltre sono poco igienici in quanto non è possibile pulirli in maniera efficace. Accumulano batteri e il legno può perfino sviluppare muffe dannosissime. Meglio puntare su un grinder in alluminio o in ceramica;
  • grinder in plastica e zinco: scarsa qualità, economico ma poco duraturo;
  • grinder in titanio: massima spesa, grande resa.

Se sei un estimatore di marijuana o lo stai diventando e vuoi un trita maria di ottima qualità, ti consigliamo quindi di acquistarne uno manuale in alluminio, ceramica o titanio.

Fidati di noi: con una spesa di circa 10 euro puoi comprare un trita marijuana di ottima qualità!

marijuana e tumore

La marijuana attenua i sintomi del cancro e gli effetti collaterali delle cure. Ma qual è la sua influenza sulle cellule tumorali?


Gli studi sulla cannabis light e terapeutica sono ancora in corso d’opera, specialmente per quanto riguarda i benefici della marijuana sul tumore.

Una cosa è certa: il CBD, contenuto in grosse quantità soprattutto nella marijuana light, aiuta a contrastare i sintomi del cancro e attenua anche il malessere fisico provocato dalle cure come la chemioterapia e la radioterapia.

Anche il THC, spesso demonizzato in quanto sostanza psicoattiva della cannabis, produce effetti benefici in caso di tumore (e infatti è contenuto in elevate percentuali nella cannabis terapeutica).

Oggi parleremo proprio dei benefici dei cannabinoidi sui malati oncologici. Quali sono i risultati degli studi condotti a riguardo?

Vediamo prima di tutto cosa afferma Dottor Manuel Guzmán, professore presso il Dipartimento di Biochimica e Biologia Molecolare alla Complutense University di Madrid e coordinatore del Cannabinoid Signaling Group della stessa università.

Le affermazioni del Dottor Guzmán riguardo i benefici della marijuana sui tumori

Secondo il Dottor Manuel Guzmán, i principi attivi della cannabis e i loro derivati (come l’olio CBD e i farmaci) attenuano alcuni sintomi tumorali. Il CBD infatti ha funzione antiemetica, analgesica e, insieme al THC, è capace di stimolare l’appetito.

La marijuana e i suoi derivati sono dunque molto utili in caso di nausea/vomito e inappetenza provocati sia dal cancro che da alcuni suoi trattamenti farmacologici.

Per quanto riguarda l’inibizione delle cellule tumorali, gli studi sono ancora in corso a livello globale. È prematuro affermare che i cannabinoidi arrestino la crescita dei tumori, ma al momento delle analisi in laboratorio hanno dato degli ottimi risultati sui topi utilizzati come cavie.

In ogni caso il Dottor Guzmán afferma che, essendo il cancro una malattia gravissima e differenziata (in quanto esistono centinaia di tipologie di tumore), è molto difficile combatterlo.

Nonostante tutto, un importante studio ha dimostrato che gli alcolisti che assumono anche cannabis hanno minori possibilità di sviluppare l’Epatocarcinoma (ovvero il cancro al fegato) rispetto agli alcolisti che non utilizzano marijuana e derivati.

Leggi il seguente articolo per saperne di più: “Marijuana e fegato: sapevi che la cannabis influisce positivamente sulle malattie epatiche?“.

Vediamo ora alcuni dettagli sulle ricerche riguardanti i benefici della cannabis sui tumori.

Cannabinoidi e inibizione delle cellule tumorali negli animali da laboratorio

Quasi tutti gli studi sui cannabinoidi (presenti sia nella marijuana light che in quella non depotenziata e prodotti anche sinteticamente) sono stati condotti mediante la sperimentazione su animali e cellule tumorali coltivate in laboratorio.

Molte di queste ricerche hanno dimostrato che i cannabinoidi:

  • attivano la morte cellulare mediante apoptosi, ovvero morte cellulare programmata;
  • prevengono l’angiogenesi, ovvero lo sviluppo di ulteriori vasi sanguigni nei tumori;
  • impediscono la divisione delle cellule;
  • riducono le probabilità che il tumore vada in metastasi, ovvero si espanda;
  • favoriscono l’autofagia, ovvero l’eliminazione delle cellule inutili o dannose per l’organismo.

Ciò ha dimostrato che i principi attivi della cannabis sono efficaci per la cura di alcune tipologie di cancro in animali da laboratorio, in particolare topi e ratti.

Ma quindi nell’uomo è possibile trattare i tumori con i cannabinoidi?

Cannabinoidi e lotta contro il tumore nell’uomo: cosa è noto a riguardo?

marijuana tumore al cervello

In merito ai tumori, il Dottor Guzmán afferma che la trasposizione dei risultati positivi della cannabis sugli animali e sull’uomo sia una questione estremamente delicata.

Ricordiamo infatti che gli studi riguardino principalmente i benefici dei cannabinoidi sui tumori nei topi e nei ratti, organismi molto meno complessi dell’organismo umano.

Nonostante il web sia ricco di fonti che vantano la cannabis come la perfetta cura per il tumore, senza controindicazioni né effetti collaterali, in realtà per il momento è meglio restare cauti e attendere nuovi sviluppi.

Anche se è possibile trovare malati oncologici che affermano di aver ricevuto forti benefici dall’utilizzo di marijuana, vi sono molti interrogativi a riguardo.

Per esempio non si sa se i tumori siano regrediti spontaneamente, non è noto quante persone abbiano utilizzato cannabis e derivati senza averne beneficio, se sia stata svolta (insieme alla terapia con cannabinoidi) una delle classiche terapie antitumorali etc.

Secondo il Dottor Guzmán è possibile che in alcuni casi i cannabinoidi abbiano apportato beneficio in sussistenza di alcuni tipi di tumore, ma purtroppo le evidenze scientifiche scarseggiano ancora. Non è dunque possibile, per il momento, affermare con certezza che tutti i pazienti oncologici possano essere curati con marijuana e derivati, né quali pazienti possano trarne realmente beneficio.

Vi è però una speranza almeno per i tumori al cervello

Marijuana e tumore al cervello (glioblastoma multiforme)

Non solo CBD: a nove pazienti affetti da una gravissima forma di tumore al cervello, il glioblastoma multiforme avanzato e recidivante, è stato somministrato Delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) purificato.

Tale sostanza è stata introdotta direttamente nel cervello mediante l’utilizzo di un catetere.

L’analisi dei biomarcatori e la diagnostica per immagini mostrano come alcune di queste persone abbiano risposto in maniera parzialmente positiva al THC: la crescita del tumore non si è arrestata ma ha comunque subìto un rallentamento.

Nonostante il numero di pazienti fosse esiguo, i risultati del test sono promettenti e incoraggiano il proseguimento della ricerca su cannabis e lotta contro il cancro.

Per il momento possiamo dunque affermare con certezza che i principi della cannabis aiutano a contrastare il tumore nei piccoli animali da laboratorio e che potenzialmente potrebbero aiutare anche l’uomo.

Inoltre il CBD, contenuto altamente sia nella marijuana light che nell’olio CBD, attenua nettamente i sintomi del tumore nonché quelli successivi alla chemio e alla radioterapia.

Si spera che le ricerche scientifiche proseguano a gonfie vele e che si trovi un modo per aiutare concretamente i malati oncologici in maniera naturale e senza gli effetti collaterali di cui purtroppo sono ricchi gli attuali trattamenti.

marijuana e fegato

I cannabinoidi, ovvero le sostanze contenute nella marijuana (light e non) sono un toccasana per il fegato.


La marijuana light, come ben saprai, offre numerosi benefici all’organismo. L’erba legale, grazie ai cannabinoidi in essa contenuti (in particolare grazie al CBD) è rilassante, antidolorifica, antidepressiva… Ma non solo: influisce positivamente anche sulle malattie epatiche.

Sei scettico?

La nostra affermazione non è campata per aria ma si basa su diverse ricerche scientifiche (vedi le fonti in fondo all’articolo).

Il primo studio di cui ti vogliamo parlare è stato pubblicato nel 2018 sulla famosa rivista Liver International, la quale si occupa di promuovere studi clinici relativi all’epatologia.

Lo studio riguardante gli effetti positivi della cannabis sul fegato.

Lo scopo di questo studio, svolto da numerosi ricercatori appartenenti all’Università del Massachusetts, all’Institut National de la Recherche Scientifique dell’Università del Quebec e a diversi ospedali (tra cui l’Howard County General Hospital), era di determinare gli effetti dell’uso di cannabis sull’incidenza delle malattie del fegato nelle persone che abusano di alcol.

I ricercatori hanno svolto delle indagini riguardo lo stato di salute di 319.514 pazienti di età pari e superiore ai 18 anni che avevano una storia passata o presente di alcolismo.

Al fine di analizzare l’incidenza dei cannabinoidi sulle malattie del fegato, gli studiosi hanno dunque suddiviso i pazienti in 3 gruppi:

  • non consumatori di cannabis (90.39%)
  • consumatori di cannabis non dipendenti (8.26%)
  • consumatori di cannabis dipendenti (1.36%)

In base alle analisi svolte, è stato dimostrato che i consumatori di alcol che utilizzano anche marijuana hanno minori possibilità di sviluppare patologie epatiche anche importanti (tra cui, ad esempio, il temuto Epatocarcinoma HCC, tumore maligno del fegato) rispetto ai non utilizzatori.

Attenzione: questo non è un consiglio a fare abuso di alcol e scongiurare le malattie del fegato con la marijuana. Si tratta però di un modo per mostrarti quanto i cannabinoidi abbiano effetti positivi sul nostro organismo, anche in presenza di sostanze nocive come l’alcol.

Ma lo studio pubblicato su Liver International non è l’unica ricerca svolta sul rapporto tra cannabinoidi e fegato. Vediamo di seguito altre indagini a riguardo.

Ulteriori studi sui benefici della cannabis sul fegato: il CBD protegge da steatosi epatica.

effetti della marijuana sul fegato

Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Icahn School of Medicine di Mount Sinai a New York, pubblicato dalla rivista Free Radical Biology and Medicine, “il cannabidiolo protegge il fegato dalla steatosi indotta dall’alcool”.

La steatosi epatica, chiamata anche fegato grasso, è un ingente accumulo di grasso nelle cellule epatiche. Questa condizione, che con il passare del tempo porta alla cirrosi, è spesso provocata dall’abuso di alcool.

Il CBD, secondo le analisi dei ricercatori, è capace di proteggere il fegato evitando l’accumulo di grasso in quanto favorisce particolari meccanismi. Tali processi sono i seguenti:

  • l’inibizione dello stress ossidativo,
  • l’aumento dell’autofagia cellulare, ovvero l’autoeliminazione delle cellule non necessarie o dannose per l’organismo.

Un ulteriore studio dimostra come il CBD contenuto nella marijuana può proteggere il fegato dai danni dell’eccesso di cadmio.

Danni del cadmio sul fegato ed effetti positivi del CBD: ecco i dettagli sullo studio

La ricerca, condotta dai ricercatori della King Faisal University (Arabia Saudita), è stata pubblicata nel 2013 sulla rivista Journal of Trace Elements in Medicine and Biology.

Lo studio, condotto sui topi, dimostra l’effetto protettivo del CBD contro la tossicità epatica indotta da una singola dose di cloruro di cadmio (6,5 mg per kg).

Il trattamento con cannabidiolo (5 mg per kg una volta al giorno) è stato applicato per cinque giorni a partire da tre giorni prima della somministrazione del cadmio.

Il CBD somministrato ai topi ha svolto le seguenti funzioni:

  • ridotto significativamente l’alanina aminotransferasi sierica (enzima intracellulare presente nel fegato che aumenta in presenza di danni epatici);
  • soppresso la perossidazione lipidica epatica, ovvero la degradazione ossidativa dei lipidi;
  • impedito l’esaurimento del glutatione (il quale presenta proprietà antiossidanti) e dell’ossido nitrico (gas che consente la comunicazione cellulare);
  • favorito l’attività della catalasi, enzima molto importante per il nostro organismo;
  • attenuato il livello di cadmio nel tessuto epatico.

L’esame istopatologico ha inoltre dimostrato come la lesione del tessuto epatico (provocata dalla somministrazione del cadmio) sia stata nettamente migliorata dalla cura con il CBD.

I ricercatori hanno dunque concluso che il cannabidiolo può rappresentare una potenziale sostanza protettiva del tessuto epatico dagli effetti tossici e dannosi del cadmio.

Tale metallo pesante è presente nell’acqua, nell’aria e perfino nella crosta terrestre e viene spesso assorbito dalle colture agricole (e di conseguenza ingerito dall’uomo e dagli animali).

Una volta assunto è molto difficile da smaltire (il tempo di smaltimento può andare dai 10 ai 30 anni) e nei casi più gravi può portare a infezioni all’apparato gastrointestinale, infezioni ai polmoni o addirittura alla morte.

Conclusioni

Il CBD, contenuto in elevate quantità nella cannabis light, può essere un grosso alleato per il benessere del fegato e la prevenzione e controllo di patologie epatiche, sia in caso di alcolismo che in caso di ingestione di sostanze fortemente tossiche come il cadmio.

Allora cosa aspetti?

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Fonti:
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/liv.13696

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0891584913015670

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0946672X13000953

lemon haze marijuana

Caratteristiche, aroma ed effetti della marijuana lemon haze light.


Farsi una cultura sulla storia e sulle varietà di marijuana light e classica comporta ripercorrere passo passo un percorso fatto di passione, tradizione e allo stesso tempo voglia di scoperta e innovazione.

Fin dalla fine degli anni ’60, infatti, con la diffusione della cultura hippie e del fascino per le sostanze stupefacenti, la marijuana è stata oggetto di un forte interesse da parte di molte persone, alla ricerca di sperimentare nuove combinazioni, nuovi effetti e produrre varietà dalle caratteristiche uniche.

Tra le varietà di marijuana prodotte in quel periodo vi è la Haze, per anni la regina indiscussa delle coste californiane.

La marijuana Haze compare nella Bay Area

Agli inizi degli anni Settanta, gli Haze Brothers producono la prima pianta di Haze da un incrocio tra varietà colombiane, messicane, nepalesi e thailandesi. In particolar modo alle origini della Haze vi sono una sativa quadrilaterale nepalese, la Oaxacan (Mexican Sativa), la Columbian Gold e la Thai Sativa.

Ne risulta una varietà “nobile” di sativa pura, nobile per via dell’ascendenza e delle linee di parentela.

Gli effetti della Haze rispecchiano a pieno la sua natura sativa: sono capaci di dare un effetto “high” potente, con ottimi effetti sulla creatività e sulla socialità. La modulazione della THCV (tetroidrocannabivarina) permettono alla Haze di accentuare le proprietà terapeutiche della marijuana e mitigare, invece, l’effetto narcotico del THC e quello sedativo del CBD.

Non a caso la tetraidrocannabivarina venne isolata nel 1971, poco prima che la prima Haze facesse la propria comparsa sulle coste californiane.

Attualmente la Haze è impiegata come farmaco dal Ministero della Salute olandese ed è presente nei maggiori Coffee shop in molteplici varianti, tra le quali spicca la Lemon Haze.

Lemon Haze: la marijuana dagli aromi del limone

La Lemon Haze è una variante della Haze che presenta il 60% di Sativa e il 40% di Indica. La prima varietà di Lemon Haze è caratterizzata da potenti effetti psicoattivi, selezionata per avere concentrazioni di THC superiori al 21% e una percentuale di CBD contenuta entro lo 0,38%.

Si tratta di una varietà che, come ogni Haze, conserva gli effetti caratteristici della varietà Sativa. È dunque capace di far provare a chi la consuma forti sensazioni di allegria e sollievo, impiegata in particolar modo per incentivare la creatività e avere un effetto energizzante sul consumatore.

Questo la ha resa un eccellente rimedio alla depressione e ai dolori cronici, in virtù delle proprietà analgesiche del THC e del CBD.

Le caratteristiche che hanno reso celebre la Lemon Haze, tuttavia, riguardano gli aromi e la colorazione della pianta. Le inflorescenze della Lemon Haze, infatti, sono caratterizzate da un colore verde giallognolo e da peli ambrati sui tricomi, conferendo alla pianta la tipica colorazione gialla da cui la analogia con il limone.

lemon haze marijuana light

All’olfatto le inflorescenze di Lemon Haze liberano un forte e fresco odore di scorza di limone, misto a toni di terra e di Skunk, mentre al palato la Lemon Haze riporta alla memoria il sapore delle caramelle al limone, inondando la bocca di sfumature dolci e dai tipici toni aciduli dell’agrume.

Lemon Haze legale

La Lemon Haze light è una genetica selezionata della Lemon Haze, con una percentuale di 70% Sativa e 30% Indica. Essendo una varietà di cannabis light è caratterizzata da una concentrazione di THC a norma di legge, fino ad un massimo di 0,5%, e da un alto contenuto di CBD, intorno al 12%.

La Lemon Haze light conserva tutte le caratteristiche che hanno reso celebre la sorella maggiore. Le cime sono caratterizzate da un colore biondo/rossastro e dal caratteristico aroma di limone, conferito dalla presenza di limonene tra i terpeni.

La bassa concentrazione di THC favorisce l’insorgere degli effetti tipici del CBD e la Lemon Haze light risulta essere perfetta per accompagnare momenti di relax sia da soli che in compagnia.

Leggi anche le caratteristiche di altre tipologie di marijuana legale, come la Amnesia Haze e la Red marijuana!

Le cime sono di dimensioni ridotte e non particolarmente ricche di resina come ogni varietà a prevalenza Sativa, mentre il forte odore di limone si sprigiona sia direttamente dalle cime sia durante il consumo. Ciò rende la pianta particolarmente riconoscibile a tutti gli appassionati.

I palati più fini, inoltre, potranno avvertire anche sentori di arancio e altri agrumi, arricchendo cospicuamente l’esperienza che è capace di garantire anche ai consumatori più esigenti.

Il prevalere della genetica Sativa fa sì che la Lemon Haze non induca sonnolenza per cui può essere consumata anche al mattino, rappresentando il modo migliore per iniziare in tranquillità la giornata.

Se, inoltre, si soffre di dolori cronici, infiammazioni o disturbi psicosomatici legati a stress e nervosismo, la Lemon Haze ha dimostrato di saper restituire la calma necessaria a risolvere i propri problemi.

Risultando essere completamente legali in Italia, la Lemon Haze light è acquistabile su justbob.it!

È un prodotto interamente naturale, privo di additivi chimici e altre sostanze di sintesi che potrebbero risultare dannose per la salute.

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depressione e marijuana

Scopri come la marijuana può contrastare i sintomi della depressione.


Soffri di depressione oppure un tuo caro soffre di questa patologia? Scopri, leggendo i prossimi paragrafi, di che cosa si tratta nello specifico e se sia possibile contrastarla con la marijuana light.

Che cos’è la depressione e qual è la sua incidenza?

Se si parla di depressione, molto spesso i numeri possono essere disarmanti.

In Italia, ad esempio, uno studio congiunto della AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) e del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa ha messo in evidenza come circa 11 milioni di persone assumono quotidianamente farmaci antidepressivi.

Se si considerano i soggetti affetti dal Disturbo Depressivo Maggiore, nel 2018 il 20% della popolazione ha affermato di soffrirne. 

La depressione o MDD (Major Depressive Disorder), descritto e classificato per la prima volta dalla America Psychiatric Association nel 1980, può provocare anche forme serie di invalidità. La sua diffusione negli ultimi anni lo hanno portato, infatti, ad essere la seconda causa di invalidità dopo le malattie cardiovascolari.

Come si cura la depressione

Solitamente la cura della depressione prevede da un lato l’assunzione di farmaci antidepressivi e dall’altra il ricorso a sedute di psicoterapia.

Si ricorre alla cura farmacologica specialmente nei casi in cui i sintomi della depressione sono sufficientemente forti da indurre il paziente in atteggiamenti auto-lesionisti o comunque dannosi per altre persone.

Nella salvaguardia della sua vita e di quella degli altri, i farmaci antidepressivi vanno ad agire attivamente sui principali neurotrasmettitori monoamine, come la seratonina, la norepinefrina e la dopamina, naturalmente presenti nel cervello e connessi alle sensazioni di benessere.

Le controindicazioni della cura farmacologica sono molto gravi. In generale gli effetti collaterali possono comprendere insonnia, agitazione, mal di testa, nausea e disturbi sessuali.

Se in combinazione con altri farmaci (specialmente con quelli a base di triptano) i farmaci antidepressivi potrebbero causare la sindrome serotoninergica.

I sintomi di questa sindrome sono allucinazioni, temperatura corporea elevata, brusche alterazioni della pressione sanguigna.

Il motivo per cui si è iniziata a diffondere la convinzione per cui i vantaggi degli antidepressivi non compensano affatto gli svantaggi deriva da una ricerca fatta nel 2004 dalla Food and Drug Administration (FDA).

Tale ricerca dimostra che, su un campione di 4.400 tra bambini e adolescenti che assumevano antidepressivi, il 4% di loro aveva pensieri suicidi o aveva tentato di togliersi la vita. Tra i pazienti che ricorrevano al placebo la percentuale si fermava al 2%.

Ma come contrastare la depressione evitando queste controindicazioni pericolosissime?

Cure naturali alla depressione: la marijuana light e l’olio CBD.

Le proprietà terapeutiche della marijuana light non smettono mai di stupire e sono per lo più legate al cannabinoide miracoloso: il CBD, o cannabidiolo.

olio cbd e depressione

In particolar modo, sia il British Journal of Pharmacology sia l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) hanno messo in evidenza il legame tra il CBD e la ricezione della dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore collegato all’euforia, al senso di ricompensa e alla creatività.

Parimenti il Neurochemical Research nel 2005 ha pubblicato uno studio che spiega su come il CBD agisca come ricettore parziale 5-HT1a. Il CBD risulta dunque implicato nella neurotrasmissione della serotonina, fondamentale nella regolazione delle sensazioni di ansia e panico e direttamente coinvolto nella cura della depressione.

Questi studi hanno messo in evidenza il fatto che la marijuana, specialmente quella light, ad alto quantitativo di CBD e con concentrazioni di THC contenute entro un massimo dello 0,6%, sia un efficace rimedio alla depressione.

Non solo, infatti, è un eccellente ansiolitico, ma va a svolgere una funzione regolamentatrice sui neurotrasmettitori implicati nel MDD.

Contrariamente ai farmaci antidepressivi, inoltre, la marijuana non è caratterizzata da effetti collaterali così rischiosi. Secchezza delle fauci e sonnolenza, infatti, sono  gli esclusivi “disturbi” che si associano al consumo di CBD.

Per quanto riguarda, invece, la reazione del CBD ai principi attivi contenuti in altri farmaci, risulta sempre e comunque opportuno consultare il medico curante.

Infatti i metaboliti contenuti nella cannabis light, in particolar modo il CBD e il THC, inibiscono l’efficacia dei farmaci che si legano ai medesimi neurotrasmettitori.

Gli studi sul CBD però evidenziano come il consumo di erba light non vada a contrasto degli effetti del paracetamolo. Leggi il seguente articolo per saperne di più: “Tachipirina e marijuana: è possibile assumerle contemporaneamente?“.

Altri vantaggi del CBD per la cura della depressione

Un altro grande vantaggio di impiegare marijuana per curare casi di depressione consiste nel fatto che questa ha un’efficace azione su quasi tutte le principali cause di un Disturbo Depressivo Maggiore.

In quanto efficace ansiolitico e cura contro l’insonnia, infatti, la marijuana light riesce a far ritrovare a chi la consuma un senso di pace e tranquillità anche se affetto dalle peggiori forme di nervosismo e ansia.

Non essendovi concentrazioni elevate di THC, inoltre, gli effetti psicotici sono del tutto annullati. Si evitando dunque le classiche controindicazioni legate allo “sballo” che colpiscono le persone più fragili psicologicamente, quali attacchi di panico e ipocondria accentuata.

In Italia acquistare cannabis light e olio CBD completamente naturali e di provenienza accertata è possibile e chiunque può farlo raggiunta la maggiore età. In tal modo si può assumere un prodotto privo di composti chimici o sintetici, che non provochi effetti collaterali o ulteriori danni alla salute e che, cosa assolutamente fondamentale, non sia caratterizzato da effetti collaterali.

Chiunque assuma farmaci antidepressivi, invece, deve essere costantemente monitorato per essere completamente certo che i medicinali non causino propensioni suicide o altri disturbi potenzialmente letali.

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bulldog marijuana

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The Bulldog è uno dei marchi più rinomati tra gli amanti di marijuana light e classica.

Chiunque sia andato ad Amsterdam deve essere passato almeno una volta dinanzi ad uno dei Coffee shop più vecchi d’Europa.

Il The Bulldog fu fondato nel 1974 quando Henk de Vries creò nel quartiere a luci rosse di Amsterdam uno dei primi Coffee shop.

Questo locale era dedicato al suo cane, per l’appunto un bulldog di nome Joris, la cui testa era destinata a diventare uno dei simboli della marijuana di altissima qualità.

The Bulldog: la banca dei semi

Oltre alla famosa catena di Coffee shop, The Bulldog è anche una delle banche di semi di marijuana più apprezzate dai cultori della pianta di cannabis.

Si tratta di varietà selezionate per le proprie caratteristiche straordinarie. Non solo qualità e concentrazione di cannabinoidi, ma anche aroma, colorazione, gusto. 

The Bulldog presenta numerose qualità di cannabis, tutte garantite e selezionate dai ceppi che ogni anno vengono nominati campioni del mondo.

Acquistare o coltivare erba legale Bulldog è stato descritto da molti come un vero e proprio salto spazio-temporale. Dal presente indietro fino al primo viaggio ad Amsterdam, alla ricerca del tempo perduto.

La marijuana Bulldog in Italia

In Italia le varietà di marijuana Bulldog che si possono liberamente acquistare sono esclusivamente quelle geneticamente selezionate per avere concentrazioni di THC a norma di legge (inferiori allo o,6%).

Si tratta di canapa light Bulldog, che conserva tutte le caratteristiche della pianta originale, tutto il vasto e complesso gioco di aromi, sapori e colori che hanno portato quelle varietà a vincere più volte, nel corso della storia, le Cannabis Cup internazionali.

Ma ora vediamo tutte le varietà di Bulldog che puoi trovare in Italia.

The Bulldog Super Skunk

the bulldog super skunk

Tutti gli estimatori di cannabis hanno imparato a riconoscere e ad amare la varietà Super Skunk, che agli inizi degli anni ’90 la faceva da padrona, vincendo numerose competizioni in tutto il mondo. Si tratta di un incrocio tra una Afghani Hash Plant e una Skunk, risultando in una indica altamente produttiva e di medie dimensioni.

La Bulldog Super Skunk presenta una concentrazione di CBD del 9,5%; il THC è a norma di legge e si aggira intorno allo 0,2%.

Trattandosi di una varietà che deriva dalle migliori varietà Indica, la Bulldog Super Skunk si presenta con inflorescenze compatte e resinose, dall’odore dolciastro, molto speziato, e sentori amarognoli. I nasi più allenati potranno riconoscere anche aromi muschiati e un rimando all’hashish, vista la quantità di resina di cui le inflorescenze sono ricche.

Al palato la Bulldog Super Skunk presenta un gusto piccante e allo stesso tempo dolce, con retrogusti aciduli e leggermente amari, capaci di soddisfare sia i consumatori più esigenti sia permettendo, invece, ai novellini un’esperienza piena ed appagante.

Partire dai grandi classici, infatti, permette ai cultori più ferrati di viaggiare nel passato e ai consumatori occasionali di relazionarsi con prodotti di rinomata qualità.

Leggi anche i dettagli riguardo altre varietà di cannabis, come la Red Marijuana e la Marijuana Silver Haze!

The Bulldog Royal Cheese

Si tratta di un incrocio tra una genetica Cheese con una Ruderalis, che presenta una Ibrido composta dal 30% di Sativa, 50% di Indica e 20% Ruderalis. Si tratta di una pianta che conserva l’aspetto di una Indica e presenta, invece, la resistenza di una Ruderalis e risulta essere facilmente coltivabile come ogni Sativa.

Le concentrazioni di CBD possono raggiungere l’11%; il THC rispetta la legge e si presenta con una concentrazione di circa 0,2%.

Si tratta di una pianta caratterizzata da un aspetto a predominanza Indica, con inflorescenze dense e ricche di resina, denominata Cheese da un gruppo di coltivatori britannici che per primi selezionò la specie proprio per l’intenso aroma di formaggio. 

Gli aromi di formaggio sono avvertibili anche al palato e le alte concentrazioni di CBD la rendono particolarmente indicata per accompagnare attività rilassanti o concedersi un lungo sonno ristoratore.

The Bulldog MoonRock

Si tratta di inflorescenze di varietà OG, arricchite di un olio concentrato, il Wax, e da una spolverata di kief. Si tratta di inflorescenze normali arricchite, quindi, della resina prodotta da altre ghiandole della pianta di cannabis, i tricomi.

I tricomi in natura producono un abbondante quantità di resina e altri terpeni che servono normalmente a tenere lontani dalle inflorescenze e dalle foglie parassiti e insetti.

Si tratta di una resina molto ricca di cannabinoidi che, aggiunta alle inflorescenze, genera il MoonRock, un prodotto interamente naturale che presenta concentrazioni di CBD fino al 30%.

The Bulldog MoonRock è particolarmente adatto ai consumatori esperti ed è in grado di regalare sensazioni intense. Le concentrazioni di CBD rasentano quelle degli estratti e dei concentrati di cannabis. Sono ideali per concedersi momenti di intenso relax e per assaporare a pieno il meglio che i prodotti della The Bulldog di Amsterdam possono offrire.