Perché il CBD funziona meglio con i grassi: biodisponibilità, assorbimento e implicazioni pratiche

Perché il CBD funziona meglio con i grassi: biodisponibilità, assorbimento e implicazioni pratiche | Justbob

Pubblicato il: 26/01/2026

Studi su modelli animali e trial clinici confermano che l’associazione del cannabidiolo con i lipidi ne migliora l’assorbimento intestinale e il trasporto sistemico, offrendo nuove chiavi di lettura sui meccanismi fisiologici coinvolti

Questo articolo nasce con un obiettivo preciso e dichiarato: offrire una ricostruzione chiara e rigorosa di ciò che oggi la ricerca scientifica suggerisce sul rapporto tra cannabidiolo (CBD), grassi e biodisponibilità.

L’approccio adottato è prudente, analitico e orientato alla comprensione dei meccanismi biologici, non alle applicazioni improprie. Con questo spirito, ti accompagneremo lungo un percorso che intreccia fisiologia, farmacocinetica e metabolismo lipidico, mantenendo costante l’attenzione ai limiti dei dati disponibili.

Il contenuto che leggerai tra poco ha finalità esclusivamente informative e divulgative. Ti ricordiamo che non intende promuovere, suggerire o legittimare l’uso di sostanze in contesti non consentiti, né sostituirsi al parere di professionisti sanitari o a indicazioni mediche personalizzate, ma solo tenerti aggiornato sulle ultime notizie riguardo la cannabis provenienti dal mondo scientifico.

Detto questo, non ci resta che augurarti buona lettura.

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Il CBD come molecola lipofila: un punto di partenza imprescindibile

Il cannabidiolo è una molecola fortemente lipofila. Questa caratteristica chimico-fisica, spesso citata ma non sempre compresa fino in fondo, rappresenta la chiave per interpretare gran parte dei suoi comportamenti biologici. Una sostanza lipofila tende a sciogliersi nei grassi piuttosto che in ambienti acquosi, e questa inclinazione influenza in modo diretto l’assorbimento intestinale, la distribuzione nei tessuti e la velocità con cui raggiunge la circolazione sistemica.

Nel caso del CBD, la lipofilia spiega perché le formulazioni acquose o in polvere mostrino una biodisponibilità orale particolarmente bassa e variabile. L’intestino umano, infatti, è un ambiente complesso in cui l’assorbimento delle molecole dipende da una fitta interazione tra bile, lipidi alimentari, membrane cellulari e sistemi di trasporto. Quando una sostanza non si integra efficacemente in questo sistema, gran parte della dose ingerita viene eliminata o metabolizzata prima di esercitare qualsiasi effetto sistemico.

È proprio da questa osservazione che prende forma l’interesse scientifico per il ruolo dei grassi nel migliorare l’efficienza del CBD.

Biodisponibilità: perché la quantità assunta non coincide con quella assorbita

Nel linguaggio comune si tende spesso a confondere la dose assunta con la dose effettivamente disponibile per l’organismo. In ambito farmacologico, questa distinzione è cruciale. La biodisponibilità indica la frazione di una sostanza che, dopo la somministrazione, raggiunge la circolazione sistemica in forma attiva.

Per il CBD assunto per via orale, la biodisponibilità è notoriamente bassa. Studi recenti hanno stimato valori intorno al 6%, con ampie differenze tra individui. Le cause sono molteplici: scarsa solubilità in acqua, degradazione nel tratto gastrointestinale e intenso metabolismo epatico di primo passaggio. Questo significa che una quota rilevante del CBD ingerito viene trasformata dal fegato prima ancora di entrare in circolo.

I grassi, come mostrano diverse ricerche, intervengono proprio su questo snodo critico.

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Grassi alimentari e assorbimento intestinale: una sinergia fisiologica

L’assorbimento dei lipidi alimentari segue una via ben definita. Dopo la digestione, gli acidi grassi e i monogliceridi vengono incorporati in micelle grazie all’azione degli acidi biliari. Queste strutture consentono ai lipidi di attraversare lo strato acquoso che separa il lume intestinale dalle cellule epiteliali. Una volta all’interno degli enterociti, i lipidi vengono riassemblati in trigliceridi e confezionati in chilomicroni, particelle di grandi dimensioni che entrano nel sistema linfatico anziché nel circolo portale.

Per una molecola lipofila come il CBD, questa via rappresenta un’opportunità biologica rilevante. Associandosi ai grassi, il CBD può “viaggiare” insieme ai chilomicroni, evitando in parte il metabolismo epatico immediato e aumentando la quota che raggiunge i tessuti periferici.

Questa ipotesi, per lungo tempo sostenuta soprattutto a livello teorico, ha trovato conferme sperimentali sempre più solide.

Il CBD e il trasporto linfatico dei lipidi: evidenze da modelli animali

Una delle ricerche più interessanti sul tema è “The Impact of Cannabidiol (CBD) on Lipid Absorption and Lymphatic Transport in Rats“. Lo studio affronta una questione spesso trascurata: il CBD modifica l’assorbimento dei grassi o il modo in cui vengono trasportati dopo l’assorbimento?

Utilizzando un modello sperimentale avanzato su ratti, gli autori hanno somministrato CBD per una settimana a due dosaggi differenti e hanno misurato direttamente il trasporto dei lipidi nella linfa intestinale. Questa metodologia consente di osservare il percorso dei grassi evitando le interferenze del metabolismo epatico, offrendo una fotografia più precisa dei processi iniziali.

Il risultato centrale è chiaro: il CBD, soprattutto a dosaggi più elevati, aumenta in modo significativo il trasporto dei trigliceridi attraverso il sistema linfatico, senza aumentare la quantità totale di grassi assorbiti. In altre parole, il CBD non induce l’intestino ad assorbire più grassi, ma rende più efficiente il loro trasferimento nei vasi linfatici.

Chilomicroni più efficienti, non più numerosi

Un aspetto particolarmente raffinato dello studio riguarda la composizione dei chilomicroni. Il CBD modifica il profilo delle apolipoproteine coinvolte nel loro assemblaggio. Aumenta la secrezione linfatica di ApoA4 e ApoA1, proteine associate a una gestione più efficiente dei lipidi e a effetti antinfiammatori, mentre riduce la secrezione di ApoB48, presente in una sola copia per ogni chilomicrone.

Questo dato suggerisce che, in presenza di CBD, vengano prodotti chilomicroni meno numerosi ma più ricchi di trigliceridi. Il risultato è un trasporto lipidico più “concentrato” ed efficiente, senza un sovraccarico quantitativo del sistema.

È un cambiamento sottile ma significativo, che rafforza l’idea di un’azione selettiva e modulante, piuttosto che di una stimolazione indiscriminata.

Il ruolo dei lattiferi intestinali e della permeabilità linfatica

Lo studio inoltre individua un possibile coinvolgimento dei lattiferi intestinali, i vasi linfatici specializzati nell’assorbimento dei lipidi. Il CBD riduce l’espressione del gene Flt1, un recettore che contribuisce a regolare la permeabilità di questi vasi. La sua riduzione rende i lattiferi più permeabili, facilitando il passaggio dei chilomicroni dalla mucosa intestinale alla linfa.

Non si osservano invece variazioni significative in altri geni chiave, a conferma di un’azione mirata e non generalizzata. È un dettaglio importante, perché indica che il CBD non altera in modo indiscriminato la fisiologia intestinale, ma interviene su nodi specifici del trasporto lipidico.

Resta fondamentale ricordare che questi dati derivano da modelli animali e da periodi di osservazione brevi. La loro trasposizione all’uomo richiede cautela, ma il quadro meccanicistico che emerge è solido e coerente.

Metabolismo lipidico muscolare: un altro tassello del puzzle

Il legame tra CBD e grassi non si esaurisce nell’intestino. La ricerca “Cannabidiol improves muscular lipid profile by affecting the expression of fatty acid transporters and inhibiting de novo lipogenesis” sposta l’attenzione su un tessuto spesso sottovalutato: il muscolo scheletrico.

In un modello animale di obesità indotta da dieta ricca di grassi, il CBD migliora in modo significativo il profilo lipidico muscolare, riducendo l’accumulo di lipidi intracellulari considerati metabolicamente dannosi, come diacilgliceroli e triacilgliceroli. Questi composti, quando presenti in eccesso, interferiscono con la segnalazione insulinica e favoriscono l’insulino-resistenza.

Il dato rilevante è che gli effetti del CBD non dipendono da una riduzione del peso corporeo, ma da un’azione diretta sulla qualità del metabolismo lipidico.

Meno ingresso, meno sintesi, migliore equilibrio

Il primo meccanismo individuato riguarda la riduzione dell’ingresso degli acidi grassi nelle cellule muscolari. Il CBD abbassa l’espressione di diversi trasportatori di membrana, tra cui CD36, FABPpm e FATP-1/4, soprattutto nel muscolo ossidativo. Questo limita il sovraccarico lipidico intracellulare tipico dell’obesità.

Il secondo meccanismo è l’inibizione della lipogenesi. Nei ratti obesi, anche il muscolo attiva in modo anomalo la sintesi interna di nuovi acidi grassi. Il CBD riduce l’espressione di enzimi chiave come SREBP1 e FAS e diminuisce l’attività della stearoil-CoA desaturasi 1, contribuendo a un riequilibrio complessivo del profilo lipidico.

A questi effetti si aggiunge la modulazione dei processi di elongazione e desaturazione degli acidi grassi, con una riduzione della produzione di lipidi pro-infiammatori.

Dal metabolismo dei grassi alla biodisponibilità del CBD

Questi risultati, pur focalizzati sul metabolismo lipidico, aiutano a comprendere un punto più generale: il CBD interagisce in modo profondo con i sistemi che gestiscono i grassi nell’organismo. Non è quindi sorprendente che la sua stessa biodisponibilità dipenda in larga misura dal contesto lipidico in cui viene assunto.

Questo concetto trova una conferma diretta nello studio “Novel Lipid Formulation Increases Absorption of Oral Cannabidiol (CBD)“, che affronta uno dei principali limiti clinici del CBD: l’assorbimento orale inefficiente e imprevedibile.

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Formulazioni lipidiche e assorbimento orale: dati clinici

Lo studio include una fase clinica 1, randomizzata e in doppio cieco, condotta su volontari sani a digiuno, un’impostazione metodologica che consente di ridurre al minimo le variabili esterne legate all’alimentazione. Ogni partecipante ha assunto una singola dose orale di 1000 mg di CBD in due forme distinte: una formulazione lipidica innovativa, progettata per favorire la solubilizzazione del composto, e una formulazione in polvere priva di lipidi, rappresentativa delle modalità di somministrazione tradizionali.

I risultati sono netti e coerenti. L’esposizione sistemica al CBD, misurata come area sotto la curva (AUC) nelle 48 ore successive all’assunzione, è risultata circa nove volte superiore con la formulazione lipidica. Ancora più marcato l’aumento della concentrazione massima plasmatica, che raggiunge valori fino a 24 volte superiori. Anche i principali metaboliti attivi del CBD mostrano lo stesso profilo, indicando che l’incremento dell’assorbimento riguarda l’intero destino farmacocinetico della molecola.

Questi numeri non indicano solo un miglioramento quantitativo, ma riflettono un cambiamento qualitativo nella farmacocinetica del CBD, con un assorbimento più efficiente, meno variabile e maggiormente integrato nei normali processi di trasporto dei lipidi.

Microbiota, variabilità individuale e ruolo dei lipidi

Un aspetto particolarmente interessante riguarda il ruolo del microbiota intestinale come fattore di modulazione dell’assorbimento orale del CBD. Quando il cannabidiolo viene somministrato in forma di polvere priva di lipidi, la sua biodisponibilità risulta fortemente influenzata dalla composizione batterica individuale e dai livelli di acidi biliari secondari prodotti nel lume intestinale. Alcuni assetti del microbiota favoriscono la solubilizzazione e il passaggio del CBD attraverso la mucosa, mentre altri ne limitano l’assorbimento, generando una marcata variabilità tra soggetti anche a parità di dose.

La formulazione lipidica attenua in modo significativo questa dipendenza, perché consente al CBD di inserirsi nei normali meccanismi digestivi dei grassi, riducendo il peso delle differenze microbiche individuali. Dal punto di vista clinico, questo si traduce in un assorbimento più stabile, prevedibile e meno condizionato da fattori biologici difficilmente controllabili.

Distribuzione tissutale: non solo più CBD, ma nel posto giusto

La parte sperimentale su animali chiarisce un ulteriore punto. Nei topi trattati con la formulazione lipidica, il CBD è rilevabile in numerosi organi, inclusi cervello, muscoli, fegato e tessuto adiposo. Con una formulazione acquosa, invece, rimane in gran parte confinato al tratto gastrointestinale.

L’aumento di biodisponibilità, quindi, non è solo una questione di quantità, ma di reale accesso ai potenziali organi bersaglio. Anche in questo caso, i dati vanno interpretati con prudenza, ma il messaggio biologico è coerente.

Implicazioni pratiche: comprendere senza semplificare

Nel loro insieme, queste ricerche spiegano perché il CBD “funziona meglio” in presenza di grassi. Non si tratta di un effetto magico né di un’accelerazione artificiale, ma di una sinergia fisiologica con i normali meccanismi di assorbimento e trasporto lipidico.

Capire questi processi consente di leggere con maggiore consapevolezza le differenze tra formulazioni, i risultati contrastanti di alcuni studi clinici e la variabilità delle risposte individuali. Allo stesso tempo, impone una riflessione responsabile sui limiti delle evidenze disponibili e sulla necessità di distinguere tra dati sperimentali e applicazioni reali.

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Uno sguardo finale, con la dovuta cautela

Anche questo approfondimento, come i precedenti, ha uno scopo esclusivamente divulgativo. Parlare di CBD, grassi e biodisponibilità significa raccontare come funziona il corpo umano di fronte a una molecola complessa, non suggerire comportamenti né aggirare regole. La conoscenza scientifica serve a capire, non a banalizzare.

Se questo viaggio tra intestino, linfa, muscoli e formulazioni lipidiche ha acceso qualche nuova curiosità, l’obiettivo è stato raggiunto. Il racconto continua, sempre con lo stesso approccio attento e rispettoso, nel prossimo articolo di Justbob.

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Perché il CBD funziona meglio con i grassi: takeaways

  • Il CBD è una molecola fortemente lipofila e sfrutta i normali meccanismi di assorbimento dei grassi. La sua affinità per i lipidi gli consente di integrarsi nei processi digestivi che coinvolgono micelle, chilomicroni e trasporto linfatico, aumentando la quota che raggiunge la circolazione sistemica senza passare immediatamente dal fegato.
  • I grassi non aumentano l’assorbimento intestinale in senso stretto, ma ne migliorano l’efficienza e la qualità. Le evidenze sperimentali mostrano che il CBD rende più efficiente il trasporto dei lipidi, producendo chilomicroni meno numerosi ma più carichi, con un effetto selettivo e modulante piuttosto che quantitativo.
  • Le formulazioni lipidiche riducono la variabilità individuale della biodisponibilità del CBD. Rispetto alle formulazioni prive di lipidi, permettono un assorbimento più stabile e prevedibile, attenuando l’influenza di fattori come microbiota intestinale e metabolismo di primo passaggio, e migliorando la distribuzione del CBD nei tessuti bersaglio.

Perché il CBD funziona meglio con i grassi: FAQ

Perché il CBD è considerato una molecola lipofila?

Il CBD è definito lipofilo perché tende a sciogliersi nei grassi piuttosto che in ambienti acquosi. Questa caratteristica chimico-fisica influenza direttamente il suo assorbimento intestinale, la distribuzione nei tessuti e la biodisponibilità orale, rendendo più efficaci i processi di trasporto quando il CBD è associato ai lipidi.

In che modo i grassi migliorano la biodisponibilità del CBD?

I grassi migliorano la biodisponibilità del CBD perché consentono alla molecola di inserirsi nei normali meccanismi digestivi dei lipidi, come la formazione di micelle e chilomicroni. Questo permette al CBD di sfruttare il trasporto linfatico, riducendo l’impatto del metabolismo epatico di primo passaggio e aumentando la quantità che raggiunge la circolazione sistemica.

Perché le formulazioni lipidiche rendono l’assorbimento del CBD più prevedibile?

Le formulazioni lipidiche rendono l’assorbimento del CBD più stabile perché riducono l’influenza di fattori individuali come la composizione del microbiota intestinale e i livelli di acidi biliari. Il risultato è una biodisponibilità più prevedibile e una distribuzione del CBD più coerente nei tessuti dell’organismo.