Cannabinoidi minori: cosa sono, come agiscono e perché stanno attirando l’interesse della ricerca

Cannabinoidi minori cosa sono e come agiscono | Justbob

Pubblicato il: 05/01/2026

Dopo anni di marginalità scientifica, queste molecole rare attirano l’attenzione di laboratori e istituzioni per la loro complessità biochimica e le potenziali implicazioni farmacologiche

Per lungo tempo rimasti ai margini del dibattito scientifico, i cannabinoidi minori stanno progressivamente emergendo come uno dei terreni di indagine più complessi e stimolanti nello studio della Canapa sativa. Si tratta di un insieme eterogeneo di molecole presenti in quantità ridotte nella pianta, spesso oscurate dalla notorietà di THC e CBD, ma oggi al centro di un’attenzione crescente da parte della ricerca di base.

A rendere questo ambito particolarmente interessante è la combinazione di fattori ancora poco compresi: meccanismi d’azione non convenzionali, interazioni molecolari multiple e risultati preliminari che, pur senza consentire conclusioni definitive, pongono interrogativi rilevanti sul funzionamento del sistema endocannabinoide e sulle sue possibili implicazioni biologiche. È un campo in cui l’entusiasmo scientifico procede di pari passo con la necessità di metodo, rigore e cautela, proprio perché il rischio di semplificazioni, fraintendimenti e sovrainterpretazioni resta elevato.

Le considerazioni che seguono hanno esclusivamente finalità divulgative e scientifiche e non costituiscono in alcun modo un invito, diretto o indiretto, all’uso di sostanze né una raccomandazione terapeutica; ogni valutazione in ambito medico, farmacologico o normativo deve essere demandata a professionisti qualificati e alle autorità competenti, fermo restando l’obbligo di verificare sempre la legislazione vigente nel proprio paese, poiché lo status giuridico dei cannabinoidi varia in modo significativo tra i diversi ordinamenti.

Leggi anche: Olio CBD: controindicazioni ed effetti

Oltre THC e CBD: una pianta chimicamente complessa

La Cannabis sativa è una pianta chimicamente straordinaria. Al suo interno sono stati identificati oltre cento cannabinoidi, oltre a terpeni, flavonoidi e numerosi altri fitocomposti. Nell’immaginario collettivo e nella letteratura divulgativa, tuttavia, l’attenzione si è concentrata per decenni quasi esclusivamente su due molecole: il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD).

Questa focalizzazione, comprensibile per ragioni storiche e regolatorie, ha finito per oscurare un panorama molecolare molto più ampio. Accanto ai cannabinoidi maggiori, presenti in quantità relativamente elevate in molte varietà della pianta, esiste infatti una costellazione di composti presenti in concentrazioni minori, definiti appunto cannabinoidi minori. Il termine non allude a una minore importanza biologica, ma esclusivamente alla loro presenza meno numerosa.

Cosa si intende per cannabinoidi minori

In ambito scientifico, si tende a distinguere tra cannabinoidi “maggiori” e “minori” sulla base della loro prevalenza nella pianta. I cosiddetti Big Six includono THC, CBD, CBG, CBN, CBC e THCV. Di questi, solo THC e CBD sono generalmente considerati cannabinoidi maggiori nella maggior parte delle cultivar, mentre altri, come CBG o THCV, possono essere maggiori solo in varietà selezionate. CBN, CBC e THCV rientrano più frequentemente nella categoria dei cannabinoidi minori.

A questi si aggiunge una lunga lista di composti rari o poco studiati, alcuni dei quali identificati solo recentemente. Nel 2019, ad esempio, un gruppo di ricercatori italiani ha descritto due nuovi fitocannabinoidi: il tetraidrocannabiforolo (THCP) e il cannabidiforolo (CBDP), caratterizzati da una catena laterale più lunga rispetto ai loro analoghi più noti. Una scoperta che ha ulteriormente ampliato il cosiddetto cannabinoma.

Dalla biosintesi alla trasformazione: come nascono i cannabinoidi

Dal punto di vista biochimico, tutti i cannabinoidi condividono un’origine comune. Il precursore centrale è l’acido cannabigerolico (CBGA), spesso definito il “cannabinoide madre”. Attraverso specifiche vie enzimatiche, il CBGA viene convertito nelle forme acide di THC, CBD e CBC: rispettivamente THCA, CBDA e CBCA.

Queste forme acide non sono farmacologicamente attive nel senso classico del termine. Per trasformarsi nelle molecole neutre e biologicamente attive è necessario un processo di decarbossilazione, che avviene attraverso il calore o l’esposizione ai raggi ultravioletti. Anche l’invecchiamento e l’esposizione all’aria giocano un ruolo rilevante. Un esempio emblematico è la conversione del THC in cannabinolo (CBN), un cannabinoide minore che si forma prevalentemente al di fuori della pianta, nel tempo.

Questo aspetto è essenziale per comprendere perché il profilo chimico di un prodotto derivato dalla cannabis possa variare in modo significativo in funzione della lavorazione, della conservazione e delle condizioni ambientali.

Un campo di marijuana rigoglioso | Justbob

Perché i cannabinoidi minori attirano l’attenzione della ricerca

La crescente attenzione verso i cannabinoidi minori non nasce da una presunta superiorità rispetto a THC o CBD, ma da una serie di considerazioni scientifiche ben fondate. In primo luogo, molti di questi composti sembrano interagire con il sistema endocannabinoide in modo indiretto o atipico, senza attivare direttamente il recettore CB1, principale responsabile degli effetti psicoattivi.

In secondo luogo, la loro azione multi-target, che coinvolge recettori TRP, recettori serotoninergici, PPAR nucleari e recettori orfani come GPR55, suggerisce meccanismi d’azione complessi e potenzialmente più selettivi. È proprio questa complessità, lontana da semplificazioni riduzionistiche, a renderli interessanti per la ricerca di base.

I cannabinoidi minori possono essere utili nella terapia del dolore?

Uno dei segnali più chiari dell’interesse istituzionale verso questi composti è rappresentato dall’iniziativa del National Institutes of Health, intitolata “NIH to investigate minor cannabinoids and terpenes for potential pain-relieving properties”. Attraverso finanziamenti per circa tre milioni di dollari, il National Center for Complementary and Integrative Health ha sostenuto numerosi progetti mirati a chiarire il potenziale analgesico di cannabinoidi minori e terpeni.

L’obiettivo dichiarato non è sostituire terapie esistenti, ma comprendere se alcune di queste molecole possano offrire alternative non oppioidi nella gestione del dolore, evitando gli effetti psicoattivi e il potenziale di abuso associati al THC. I progetti spaziano dallo studio dei meccanismi neuroimmuni al ruolo di specifici trasportatori ionici, fino alla valutazione di combinazioni di cannabinoidi e terpeni in modelli preclinici.

Il tono delle comunicazioni ufficiali è volutamente prudente: le evidenze sono preliminari, i modelli sono animali e la traslazione clinica resta una sfida aperta.

Cannabinoidi minori e psichiatria: una revisione sistematica

Un contributo particolarmente rilevante è rappresentato dalla revisione “Therapeutic potential of minor cannabinoids in psychiatric disorders: A systematic review”. Si tratta del primo tentativo sistematico di valutare il ruolo dei cannabinoidi minori in ambito psichiatrico, seguendo le linee guida PRISMA.

L’analisi di 23 studi, in larga parte preclinici, suggerisce segnali di potenziale interesse per composti come Δ8-THCV, Δ9-THCV, CBDA-ME e CBDV in contesti che spaziano dalla dipendenza da nicotina ai disturbi dello spettro autistico. Tuttavia, la revisione sottolinea con forza i limiti metodologici degli studi disponibili e l’impossibilità di trarre conclusioni cliniche robuste.

Il messaggio è chiaro e inequivocabile: i cannabinoidi minori non rappresentano terapie pronte all’uso, ma oggetti di ricerca che richiedono studi clinici rigorosi e ben controllati.

Una visione d’insieme: biosintesi, farmacologia e usi potenziali

La ricerca “Minor Cannabinoids: Biosynthesis, Molecular Pharmacology and Potential Therapeutic Uses” propone una ricostruzione ampia e rigorosa dello stato dell’arte sui cannabinoidi minori, inserendoli in un quadro storico, biochimico e farmacologico coerente.

Gli autori ripercorrono innanzitutto il contesto regolatorio e scientifico che, per decenni, ha limitato la possibilità di condurre studi sistematici sulla Cannabis sativa, evidenziando come la classificazione della pianta come sostanza controllata abbia inciso in modo significativo sullo sviluppo delle conoscenze.

Il fulcro della review riguarda però la complessità farmacologica dei cannabinoidi minori. A differenza di un modello centrato esclusivamente sui recettori cannabinoidi classici CB1 e CB2, il lavoro mostra come molti di questi composti interagiscano con una rete più ampia di bersagli molecolari, tra cui canali ionici della famiglia TRP, recettori serotoninergici, recettori nucleari PPAR e recettori orfani.

Questa azione multi-target contribuisce a spiegare perché alcuni cannabinoidi minori producano effetti biologici osservabili senza indurre una psicoattività clinicamente rilevante. Gli autori mantengono tuttavia un’impostazione prudente, sottolineando con chiarezza la distanza che ancora separa il potenziale farmacologico teorico dalle evidenze cliniche consolidate e ribadendo la necessità di studi controllati per colmare tale divario.

Infiammazione cutanea: sintesi chimica e valutazione biologica

Un filone di ricerca più specifico è illustrato dallo studio “Minor Cannabinoids as Inhibitors of Skin Inflammation: Chemical Synthesis and Biological Evaluation” che affronta il tema dell’infiammazione cutanea attraverso un approccio di chimica farmaceutica razionale. In questo lavoro l’attenzione non si limita ai cannabinoidi naturalmente presenti nella pianta, ma si concentra sulla sintesi di analoghi strutturali di cannabigerolo (CBG) e cannabicromene (CBC), progettati con catene laterali più corte, contenenti tre o quattro atomi di carbonio.

Attraverso strategie sintetiche sia consolidate sia innovative, i ricercatori hanno ottenuto undici nuovi composti, successivamente sottoposti a valutazione biologica in modelli sperimentali di infiammazione cutanea. I risultati indicano che cinque di queste molecole mostrano un’attività inibitoria significativa, con un derivato estere di CBG-C4 che emerge come il candidato più potente in termini di efficacia antinfiammatoria.

Lo studio fornisce indicazioni preziose sulle relazioni struttura-attività, suggerendo come piccole modifiche chimiche possano influenzare in modo rilevante il profilo biologico dei cannabinoidi minori. Tuttavia, gli stessi autori ribadiscono che si tratta di evidenze precliniche, utili per orientare la ricerca futura, ma non direttamente trasferibili in ambito clinico senza ulteriori e rigorosi passaggi sperimentali.

Un campo di marijuana rigoglioso visto dall'alto | Justbob

Il caso THCV e il recettore CB1

Uno dei contributi più rilevanti sul piano meccanicistico è rappresentato dallo studio “Pharmacology of Minor Cannabinoids at the Cannabinoid CB1 Receptor: Isomer- and Ligand-Dependent Antagonism by Tetrahydrocannabivarin”, che affronta in modo sistematico una questione centrale nella farmacologia dei cannabinoidi minori: la loro reale capacità di interagire con il recettore CB1, principale mediatore degli effetti psicoattivi del THC.

Utilizzando un approccio sperimentale uniforme e misure funzionali dirette della segnalazione recettoriale, gli autori dimostrano che diversi cannabinoidi minori, tra cui CBN, CBG, CBC e CBDV, non attivano il CB1 in modo significativo, nemmeno a concentrazioni micromolari.

All’interno di questo quadro, la tetraidrocannabivarina (THCV) rappresenta un caso distinto. In particolare, la forma Δ9-THCV si comporta come antagonista selettivo del CB1, inibendo l’attivazione del recettore indotta da agonisti sia endogeni sia sintetici. L’effetto antagonista risulta dipendente non solo dall’isomero considerato, ma anche dal ligando che stimola il recettore, indicando un’interazione complessa e contestuale con il sito recettoriale.

Questo dato contribuisce in modo sostanziale a chiarire perché la THCV non sia associata ai classici effetti psicoattivi del THC e rafforza l’ipotesi che alcuni cannabinoidi minori possano modulare il sistema endocannabinoide senza attivarlo direttamente. Allo stesso tempo, gli autori sottolineano che tali risultati, pur aprendo prospettive di ricerca in ambiti come il metabolismo e la regolazione energetica, non consentono di trarre indicazioni cliniche immediate e richiedono ulteriori approfondimenti sperimentali.

Tra entusiasmo e cautela: una linea sottile

L’interesse per i cannabinoidi minori si colloca lungo una linea particolarmente sottile, sospesa tra una legittima curiosità scientifica e il rischio concreto di semplificazioni eccessive o interpretazioni premature. Da un lato, questi composti costituiscono una riserva farmacologica ancora in gran parte inesplorata, capace di offrire nuovi spunti per comprendere la complessità del sistema endocannabinoide e delle sue molteplici interazioni biologiche.

Dall’altro, le evidenze oggi disponibili restano prevalentemente precliniche, frammentarie e talvolta difficili da confrontare tra loro, sia per la diversità dei modelli sperimentali adottati sia per l’eterogeneità dei composti analizzati.

Proprio questa asimmetria tra potenziale teorico e solidità dei dati impone un atteggiamento di particolare cautela. La comunità scientifica, consapevole delle implicazioni sanitarie, sociali e normative del tema, continua a ribadire la necessità di un approccio metodologicamente rigoroso, fondato su studi controllati, trasparenti e riproducibili, e distante da narrazioni semplificanti o promozionali.

Comprendere un fenomeno non significa legittimarlo sul piano pratico. Studiare una sostanza non equivale a normalizzarne l’uso. È in questa distinzione, spesso trascurata nel dibattito pubblico, che si gioca la credibilità stessa della ricerca sui cannabinoidi minori.

Leggi anche: La marijuana di oggi è davvero più potente rispetto al passato? Facciamo chiarezza

Uno sguardo al futuro, con responsabilità

L’interesse crescente verso i cannabinoidi minori riflette una fase di maturazione della ricerca sulla Cannabis sativa, sempre più orientata a comprendere la complessità del sistema endocannabinoide senza ridurla a schemi semplicistici. Queste molecole, presenti in quantità ridotte ma dotate di profili farmacologici articolati, stanno spingendo la comunità scientifica a riconsiderare molte certezze consolidate, aprendo interrogativi nuovi su meccanismi d’azione, interazioni molecolari e possibili implicazioni biologiche. È proprio questa combinazione di dati preliminari, ipotesi promettenti e ampie zone d’ombra a rendere il tema tanto affascinante quanto delicato.

Il potenziale dei cannabinoidi minori, qualora esista, non può essere dato per acquisito né anticipato sul piano applicativo. Dovrà emergere, se e quando emergerà, attraverso studi clinici rigorosi, controllati e riproducibili, condotti nel rispetto delle normative vigenti e dei più elevati standard etici. In questo percorso, la distinzione tra ricerca scientifica, comunicazione responsabile e narrazione commerciale resta un passaggio decisivo.

Fino a quel momento, l’approccio più solido e onesto rimane quello della prudenza informata: osservare con attenzione, analizzare senza pregiudizi, verificare con metodo. Senza scorciatoie interpretative, senza promesse implicite, con la consapevolezza che in ambito biomedico il progresso autentico è spesso lento, ma proprio per questo affidabile. È in questo spazio di equilibrio tra curiosità e rigore che si gioca il futuro della ricerca sui cannabinoidi minori.

Per oggi abbiamo concluso, se vuoi restare aggiornato sullo sfaccettato e complesso universo della cannabis legale, ci rivediamo su Justbob, alla prossima!

Cannabinoidi minori: takeaways

  • I cannabinoidi minori rappresentano una componente chimica numericamente ampia ma storicamente trascurata di Cannabis sativa, oggi al centro della ricerca scientifica per la loro complessità biochimica e per meccanismi d’azione che spesso si discostano da quelli di THC e CBD, coinvolgendo bersagli molecolari multipli e non convenzionali.
  • Le evidenze attualmente disponibili indicano un potenziale interesse farmacologico in diversi ambiti — dal dolore all’infiammazione, fino alla psichiatria — ma restano in larga parte precliniche, frammentarie e metodologicamente eterogenee, rendendo imprescindibile una distinzione netta tra ipotesi di ricerca promettenti e reali applicazioni cliniche dimostrate.
  • Il vero valore scientifico dei cannabinoidi minori risiede nella necessità di un approccio rigoroso e prudente: studiarli significa ampliare la comprensione del sistema endocannabinoide senza scorciatoie narrative, evitando semplificazioni e mantenendo una chiara separazione tra ricerca, comunicazione responsabile e uso pratico regolato dalle normative vigenti.

Cannabinoidi minori: FAQ

Cosa si intende per cannabinoidi minori?

I cannabinoidi minori sono composti chimici presenti in Cannabis sativa in quantità ridotte rispetto a THC e CBD. La loro definizione non riguarda una minore importanza biologica, ma esclusivamente la loro abbondanza quantitativa nella pianta. Tra questi rientrano molecole come CBG, CBN, CBC e THCV, oltre a numerosi fitocannabinoidi rari individuati solo negli ultimi anni.

Perché i cannabinoidi minori stanno attirando l’interesse della ricerca scientifica?

L’interesse della ricerca nasce dal fatto che molti cannabinoidi minori sembrano interagire con il sistema endocannabinoide in modo non convenzionale, spesso senza attivare direttamente il recettore CB1, principale responsabile degli effetti psicoattivi. Inoltre, la loro capacità di agire su più bersagli molecolari suggerisce meccanismi d’azione complessi che meritano approfondimenti scientifici rigorosi.

I cannabinoidi minori hanno già applicazioni terapeutiche dimostrate?

Attualmente le evidenze disponibili sono prevalentemente precliniche e derivano da studi sperimentali. Sebbene alcune ricerche suggeriscano un potenziale interesse in ambiti come il dolore, l’infiammazione o i disturbi psichiatrici, non esistono ancora dati clinici sufficienti per considerare i cannabinoidi minori come terapie validate o pronte all’uso.